Giornata storica per la Repubblica: il Consiglio Europeo ha dato il via libera all’Accordo di Associazione con San Marino, coronamento di un percorso avviato nel 2014 e costellato di ostacoli, tra i quali — riferiscono le cronache — un delicato «caso bulgaro».

Siccome i fatti vanno riportati e non interpretati, ci limitiamo a metterli in fila: il 2 luglio i giudici sammarinesi dissequestrano parzialmente quindici milioni a un magnate bulgaro; il 16 luglio Bruxelles dice sì. In mezzo, quattordici giorni e nessunissimo collegamento, come confermerà chiunque abbia interesse a confermarlo. Chi ci vede un nesso è un malpensante, e per giunta dotato di ottima memoria.

Resta il quadro d’insieme, che è la parte più istruttiva. La Repubblica più antica del mondo ha aspettato dodici anni per sentirsi dire di sì, e ha appreso la notizia in diretta mentre l’aula applaudiva una decisione presa a settecento chilometri di distanza, dentro un pacchetto condiviso con Andorra. Perché in Europa non si entra quando si è pronti: si entra quando smette di esserci qualcuno che alza la mano.